Pag. 6 - Il palazzo marchionale

Abbiamo visto che con la permuta Gio Gerolamo D'Oria ottenne tra l'altro il palazzo che ufficialmente si dichiara ceduto dal Mons. di Leini a Madama l'Amiraglia, e naturalmente da questa al D'Oria, previo riscatto del Savoia.

Tutti gli storici concordano nell'attribuire ai Provana (Casato del Mons. di Lejni) la costruzione del palazzo nobiliare eretto all'esterno delle antiche mura di Ciriè, anche se di esso non sono note le caratteristiche primitive.

palazzo marchionaleNon risulta chiaramente documentato come, quando e perchè i Provana cedettero il Palazzo; unico dato è che nel 1572 " Madama l'Amiraglia " era arrivata in Piemonte su sollecitazione di Emanuele Filiberto, il quale le diede aiuto e ospitalità nel Palazzo di Ciriè. Questa signora era la Contessa Giachelina d'Antremont, moglie dell'Ammiraglio Gaspare Coligny, capo degli ugonotti francesi, assassinato nella propria casa a Parigi il 25 agosto 1572, la notte di San Bartolomeo in cui furono trucidati da bande pseudo-cattoliche migliaia di ugonotti convenuti nella capitale per le nozze di Enrico IV di Navarra (poi Re di Francia dal 1589).

Comunque sia, i D'Oria presero possesso dei nuovi beni e, negli anni successivi alla permuta, provvidero a rimodernare il Palazzo che nel tempo fu mutato da secentesco a settecentesco ornandolo di preziosità , di stucchi e di notevoli pitture, come si vede oggi, ad esempio, nella sala del Consiglio Comunale, ornata di episodi mitologici.

Certamente la trasformazione e l'abbellimento furono anche dovuti all'invadenza dei Duchi di Savoia, cosa che peraltro doveva essere parecchio gradita ai Marchesi che in tal modo potevano continuare a far parte di diritto del mondo cortigiano con cariche importanti al servizio dei Duchi, Duchesse, e Madame Reali.

L'influenza dei Duchi di Savoia nella ristrutturazione del Palazzo è evidenziata da vari documenti di cui almeno un paio probanti: il Giaffredo nelle citate notizie allegate al "Theatrum Sabaudiae" dichiara: "Il Palazzo di Ciriè essendo luogo di riposo e di delizia, i Principi stessi provvidero a costruire ed ad ornare gli appartamenti in loro uso".

In un altro documento e cioè nelle patenti ducali del 25 gennaio 1675 a firma del Duca Carlo Emanuele II a favore del Marchese allora in carica Gio Gerolamo D'Oria, maggiordomo della Principessa Ludovica, sorella del Duca, si legge: "la vicinanza della nostra Venaria Reale... fa poder frequentemente a Noi e a M.R. nostra Signora consorte, e alla Principessa nostra sorella goder del Palazzo di Ciriè. E come che le principali e più deliziose passeggiate di queste esposte alla continua suggestione de passeggeri et abitanti del luogo, abbiamo comandato al Marchese di farlo includere in un recinto di mura: al che egli si è dimostrato prontissimo...".

Questa richiesta, accompagnata dalla concessione d'usufruire di una completa esenzione da ogni carico e tributo gravante sui fondi in questione, fu realizzata con la costruzione di una cinta muraria che racchiuse in un magnifico parco circa 45 giornate (170.000 m.q. di terreno), comprendente un ameno laghetto.

Il prof. Osvaldo Zaffiri descrive le testimonianze raccolte da vecchi ciriacesi sulle bellezze del parco (Riveglio del 9.5.1975): "Una leia" di grandi bossi partiva da un vasto piazzale su cui dava l'ingresso posteriore del palazzo marchionale (dove ora è la scuola Nino Costa) e terminava al lago artificiale, un ampio specchio d'acqua a serpentina di ampiezza inusitata, 7 giornate, movimentato da due isolotti boscosi di pini l'uno e l'altro di querce (detto la "rolatina" da "rol", nome piemontese della quercia). La "rolatina" era un'isoletta collinosa assai romantica, su un lato della quale era stata scavata un'apposita galleria che ospitava le barche del Marchese. Vi si accedeva per un ponticello in pietra disadorno. Sulle rive opposte alla "rolatina" si innalzava la torre detta "la ghiacciaia" perchè vi si racccoglieva il ghiaccio formatosi nel lago nella stagione rigida, che era poi quella che vedeva lo specchio d'acqua trasformato in un immenso "patinoire".

Le rive erano circondate a sud da collinette ombrose, mentre ampi prati e campi coltivati a perdita d'occhio, alternati a macchie boscose lo separavano a nord dal Palazzo, dalle Scuderie (luogo ove ora sorge la Cassa di Risparmio) e dai giardini marchionali.

Esaminando i documenti ufficiali è facile dedurre che la sistemazione del Palazzo e delle sue attinenze era, almeno in parte, di suggerimento ducale.

Di tutto ciò restano nel Palazzo segni indicativi: nell'appartamento riservato ai Duchi, al primo piano del padiglione sud, due stanze sono ornate dal monogramma (sormontato da corona regale) dell'alquanto "libertino" Duca Carlo Emanuele II. La stanza da letto, ora atrio della Biblioteca Storica e degli uffici tecnici, è ornata da una serie di stucchi in scagliola bianca che l'Augusto Cavallari Murat definisce "tra i più belli che si conservino in Piemonte".

Egli considera probabili autori delle scagliole i bravissimi luganesi Casella, operosi nel XVIII secolo nei Palazzi Ducali dei Savoia e dichiara: "questi stucchi saranno caposaldi per la Storia dell'Arte allorchè si sarà approfondita l'indagine sugli autori e sulla data d'esecuzione ".

Questa affermazione dice tutto sull'attenzione dovuta a queste opere e sulla delicatezza con cui potranno intraprendere eventuali opere di restauro.

Oltre agli stucchi, sono di epoca seicentesca il soffitto ligneo a cassettoni e gli affreschi allegorici.

Al piano terreno la volta dell'atrio di accesso alle camere ducali (ora atrio della biblioteca moderna) è completamente decorata con affreschi e stucchi. Si notano tra gli altri un " fiore gigante" con la scritta "candore purpura servat" e un "panorama di Ciriè" seicentesco, probabilmente visto da una finestra del Palazzo. Sono invece attribuiti ad epoca settecentesca il soffitto della biblioteca storica (restaurato nel 1958 dal pittore Alvaro Corghi), i pannelli cinesi su carta di riso conservati nei locali dell'attuale Pretura e infine le sette tele di soggetto mitologico della Sala Consigliare, delle quali in appendice sono riportate le descrizioni tratte dalle schede redatte dai restauratori Giovanni Carlo Rocca e Costanza Tibaldeschi.

 

 

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