I sepolcri marchionali

Da sempre il tema dei sepolcri offre all'etnologo, ma anche al semplice osservatore, una delle più cospicue fonti di notizie sugli usi e costumi dei popoli, ne manifesta il credo morale e religioso, disegna l'evolversi delle consuetudini e delle necessità attraverso i secoli e sottolinea le differenziazioni fra i vari gruppi sociali.

E' un tema che ha sempre stimolato poeti e letterati e che oggi è percepito come uno dei più autentici pilastri della storiografia. Non a caso il Comune di Torino, nell'intento di far riscoprire ai cittadini le proprie radici, ha realizzato recentemente due guide storico -artistiche con il primo volume dedicato al "Cimitero Monumentale", e l'altro, "Archivi di pietra" dedicato alle chiese cittadine descritte in tutti i loro aspetti, compreso il ruolo di antichi cimiteri (coautori G.G. Massara e M.L. Tibone).

Per quanto riguarda Ciriè qualche annotazione può chiarire, a grandi linee, il fluttuare della situazione cimiteriale, che peraltro è similare a tutte le Città e borghi in cui si diffuse il Cristianesimo.

Nei secoli XVI e XVII, secondo una relazione del sacerdote Filippo Joannini, Vicario foraneo e Priore della Parrocchia di S. Martino, il sottosuolo delle Chiese ciriacesi fu ricoperto di resti cadaverici (Giachetti cfr. p. 258).

Infatti in quei secoli sorsero ovunque le Confraternite e le Compagnie religiose che ottennero il privilegio di avere nelle rispettive parrocchie il loro " vaso sepolcrale " in aggiunta a quelli riservati ai sacerdoti ed alle famiglie patrizie.

Successivamente, pur permanendo alcune posizioni di privilegio, le inumazioni avvennero generalmente nel cimitero che ogni parrocchia aveva nelle sue immediate adiacenze.

Veniva intanto lentamente recepita l'insalubrità di questi sistemi e infatti, riferendosi alle inumazioni nelle chiese, le stesse Gerarchie Ecclesiastiche iniziarono a denunciarne i pericoli per la salute pubblica. I1 Giachetti cita, ad esempio, il decreto del 1772 dell'Arcivescovo di Torino Monsignor Francesco di Rorà che intima alle due parrocchie di Ciriè di "Richiudere con lastre di pietra ben livellata le tombe affinchè dalla putrefazione dei cadaveri sepolti non ne vanga fetore ... ecc. ecc.".

Finalmente, il 12 giugno 1804 un decreto firmato da Napoleone impone ferree disposizioni. L'Articolo 1 recita: "Nessuna inumazione avrà luogo nelle chiese, templi, sinagoghe, ospedali, cappelle e generalmente in alcuno degli edifici cinti o chiusi ove i cittadini si raccolgono per i loro culti e neanco nei recinti delle città e dei borghi".

Senonchè la fine dell'Impero napoleonico, gli ostruzionismi, le remore della burocrazia e le difficoltà pratiche ritardarono l'attuazione di queste regole di molti anni.

Solo nel 1829 il governo emise un " MANIFESTO " col quale si prescrivevano i regolamenti opportuni per la cessazione dei vecchi cimiteri. A Ciriè i lavori per il nuovo cimitero, (l'attuale di Via Corio) furono iniziati nel 1864 e portati a termine l'anno successivo.

La collocazione dei sepolcri marchionali è rispondente al contesto descritto. Fino al 1865 i Marchesi ebbero dunque a Ciriè sepoltura nella Chiesa di S. Giovanni Battista.

La loro cappella gentilizia è situata al termine della navata di destra e la bassa cancellata che la delimita è ancora oggi ornata dallo stemma del casato.

Parecchi D'Oria vollero tuttavia avere sepoltura nel convento di S. Agostino fuori le mura, descritto nelle note del " Theatrum Sabaudiae ". In esso furono sepolti i Marchesi Giandomenico (1594-1649), Giambattista Nicomede (1655-1714) e Giovanni Girolamo Benedetto (1690-1736).

Nel convento furono pure tumulati l'Abate di Vezzolano Giuseppe Tommaso e l'Abate di S. Giusto Alessandro Eleazaro, Vicerè di Sardegna.

Nella chiesa di S. Giovanni sono ormai scomparse le tracce delle tumulazioni più antiche essendo state effettuate, verosimilmente, con i metodi poco accurati dianzi descritti.

Sono invece ancora osservabili scarse vestigia che evidenziano la collocazione dei tumuli di epoca successiva, dei quali si sono recuperati pochi reperti ora conservati in una piccola arca che funge da ossario.

I soli ad essere oggi perfettamente individuabili sono i sepolcri posteriori all'editto napoleonico. Si tratta di quindici tumuli contenenti, fra gli altri D'Oria, le spoglie di tre titolari del Marchesato di Ciriè e cioè:

Anselmo Maria Almanzor (1758-1823), che fu capitano delle Guardie del Corpo e Cavaliere dell'Ordine Supremo dell'Annunziata, autorizzato il 28.5.1812 a provvedersi del titolo imperiale. Sposando Carlotta, ultima erede dei marchesi Guntery di Cavaglià , strinse legami di parentela che si evidenziano in numerosi ritratti conservati nella pinacoteca comunale.

Alessandro Luigi Andrea (1788-1828), annegato a 40 anni nel laghetto del parco insieme al suo guardiacaccia che tentò di salvarlo. Fu Decurione di Torino, Ciambellano del Principe Borghese e dal 1810 Barone dell'Impero Francese.

Andrea Anselmo (1811-1848), deceduto a 36 anni senza prole. A lui succedette il fratello Emanuele, che fu due volte Sindaco di Ciriè.

Il luogo di collocazione delle tombe del periodo post-napoleonico ammassate sul piano fuori terra; il sotterraneo, originaria sede sepolcrale, lasciato vuoto malgrado i lavori di rifacimento peraltro rimasti incompiuti; il divieto legislativo (ancorchè all'epoca sovente disatteso) di queste inumazioni, suggerisce una sensazione di manifesta temporaneità di questi sepolcri.

Ovviamente dopo il 1865 i D'Oria, come tutti gli altri cittadini di Ciriè, ebbero sepoltura nell'attuale cimitero. La tomba dei Marchesi di Ciriè è situata nel primo campo, all'angolo sud-ovest del porticato.

I sopraluoghi e le consultazioni negli Archivi Parrocchiali, dovuti alla disponibilità dell'attuale Pievano Don Renato Molinar, hanno reso possibile la puntualizzazione ed il più sicuro riscontro di moltissimi dati di carattere anagrafico e genealogico contenuti nel presente libretto.

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